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UNA GRANDE LEZIONE MORALE DALLA CLASSE OPERAIA PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Giovedì 24 Giugno 2010 09:44
GLI OPERAI RIAPRONO LA PARTITA 
 Dino Greco direttore di LIBERAZIONE

Diciamo la verità: neppure la Fiom, che si è battuta con ogni propria risorsa per impedire il salasso di diritti imposto dalla Fiat ai lavoratori dello stabilimento di Pomigliano; e neppure noi, che abbiamo sostenuto senza riserve quel solitario ingaggio avremmo immaginato che l’esito del referendum celebrato sotto le forche caudine del ricatto, avrebbe prodotto un risultato come quello di ieri notte. Ci sono giornali che si sono addirittura spinti sino a vaticinare, al buio, la vittoria plebiscitaria dei “sì”.
Invece non è andata così. Il plebiscito invocato da Marchionne non c’è stato per nulla. Quasi il 40% dei lavoratori, in numero ben maggiore degli iscritti che vanta la Fiom, ha respinto l’editto padronale. Di più. Se si disaggrega il dato e si prende in considerazione il solo voto dei turnisti, coloro sulle cui spalle picchiano più duramente le clausole dell’accordo capestro, si vede che la dimensione del dissenso è ancora più consistente. La lezione, prima morale che sindacale, impartita da questi operai ad un Paese che sembra spesso avere smarrito ogni reattività all’ingiustizia, è enorme. Ci sono voluti un coraggio leonino e un senso della dignità non comuni per reggere uno scontro giocato tutto sulla propria pelle. La Fiat lo ha capito. Anzi: essa ha compreso meglio di altri che non se ne danno per inteso, come l’opposizione sia addirittura più grande di quella uscita dalle urne e coinvolga tante persone che si sono piegate solo sotto uno stato di necessità. La reazione di Corso Marconi in queste ore ha oscillato: abbandonare Pomigliano e scegliere definitivamente la Polonia, ammesso che la minaccia non fosse un ballon d’essai, oppure fare quadrato con i sindacati complici per studiare provvedimenti, formule, strategie coattive che riducano all’impotenza i lavoratori e il sindacato dissenziente? Pare che l’azienda ora inclini per questa seconda strada, parente prossima del Piano C di cui si è sentito parlare in questi giorni. Piano ispirato alla convinzione che quanto più ampio si è rivelato il dissenso, tanto più dura deve essere la repressione dei reprobi. Una linea opposta a quella che il buon senso (e una cultura non intrisa di pulsioni autoritarie) suggerirebbe: riaprire la trattativa con tutti i sindacati e ricostruire le condizioni di un accordo condiviso. Ma la Fiat sembra prigioniera di uno schema che non contempla alternative: o si resta in Polonia o si importano condizioni e salari polacchi negli stabilimenti italiani. La tesi qui sottesa è che nel mondo globalizzato, segnato da profonde diseguaglianze sociali, dove tutto è merce, anche il valore del lavoro deve scendere al livello più basso consentito dalle supreme ragioni della competitività. Solo qualche sciocco o chi è in malafede può pensare che lo stabilimento di Pomigliano rappresenti un’enclave, mentre tutto il resto dell’apparato produttivo rimanga estraneo e al riparo da quel modello. Che è pura barbarie, ma che Maurizio Sacconi rivendica come la strada maestra verso la modernità. Del ministro del welfare (sconcertante ossimoro) colpisce soprattutto una cosa: l’esultanza. Perché si può capire il punto di vista di chi pensa che al lavoro (o alle immarcescibili leggi di mercato) vada sacrificato tutto il resto, non il sadico entusiasmo di un rappresentante del bene comune, di uno che dovrebbe coordinare l’attività privata a finalità sociali, il quale si compiace per le condizioni jugulatorie imposte ai lavoratori. E pone in cima ai suoi pensieri (e desideri) la sconfitta del sindacato e la “pomiglianizzazione” delle relazioni industriali in Italia. Ma si sa che i servi sono sempre peggiori dei loro padroni.
Ora è necessario che i lavoratori di Pomigliano e la Fiom non siano lasciati soli. Serve una sollevazione delle forze politiche non del tutto cloroformizzate, dei movimenti, delle associazioni culturali, degli intellettuali. Sappiamo bene che la situazione presente non autorizza particolari ottimismi. Ma ci sono momenti nei quali risposte come quella di Pomigliano risvegliano coscienze a lungo sopite e innescano dinamiche sociali nuove. La Federazione e tutto l’arcipelago della sinistra diano qui una prova di unità. Questi sono i processi costituenti che contano davvero.
Dino Greco


Ultimo aggiornamento Giovedì 24 Giugno 2010 09:50